Crescono gli impianti innovativi, tra settori in crisi e mercati in crescita.

Il caso del riciclo chimico e quello dei pannelli fotovoltaici

Il settore del waste management e l’industria del riciclo, come molti altri settori, stanno vivendo una fase molto particolare, dove un quadro macroeconomico in rallentamento e uno scenario geopolitico sempre più complesso si uniscono al diffondersi del progresso tecnologico e all’affacciarsi di nuovi mercati e prodotti/materiali da trattare.

In questo contesto, il parco impianti, sia italiano che europeo, per il trattamento dei rifiuti sta mutando sensibilmente. A trainare questo sviluppo contribuiscono diversi fattori, tra cui l’innovazione tecnologica e la necessità di trattare nuove tipologie di beni e materiali a seguito dell’ampliamento dei sistemi di responsabilità estesa del produttore (EPR). Sono interessanti, dunque, due casi di sviluppo di impianti innovativi che vivono però situazioni di mercato opposte: il riciclo chimico delle plastiche e il recupero dei pannelli fotovoltaici.

Le possibili applicazioni del riciclo chimico sono numerose, consentendo di recuperare, in modo complementare a quello meccanico, le materie plastiche, i rifiuti tessili e gli pneumatici. Nel 2023 gli investimenti si concentravano soprattutto nel Nord Europa e, in particolare, nei Paesi Bassi, in Francia e in Germania, mentre in Italia erano presenti solo due iniziative (un impianto pilota per il recupero dei rifiuti indifferenziati in plastica da 50 ton/anno in Emilia-Romagna e uno per il trattamento del plasmix da 6.000 ton/anno in Puglia) e tre ulteriori progetti erano stati annunciati, relativi a:

  • un impianto per convertire i rifiuti di PET in RPET di alta qualità in Piemonte;
  • una struttura sperimentale per recuperare le plastiche miste da raccolta differenziata mediante pirolisi in Lombardia, inaugurata nel 2025; 
  • un impianto di depolimerizzazione del polimetilmetacrilato (PMMA) in Lombardia, entrato in funzione nel 2024 ma chiuso a fine 2025 a causa della crisi del mercato della plastica.

Negli anni, a queste iniziative se ne sono aggiunte altre, tra cui quattro impianti ammessi a finanziamento tra i progetti “faro” di economia circolare del PNRR, dei quali due in Emilia-Romagna, uno in Lombardia e l’altro nel Lazio. In generale, tra gennaio 2023 e gennaio 2026 sono stati rilevati 13 impianti di riciclo chimico sul territorio nazionale, di cui almeno tre sperimentali e cinque completati e/o entrati in funzione, per una capacità aggregata di 233.000 tonnellate annue, di cui il 57% nelle regioni settentrionali.

Nonostante le potenzialità, tuttavia, la diffusione di questa tecnologia è stata frenata dalle difficoltà che stanno interessando il settore della plastica più o meno marcatamente da quasi due anni. Ad influire sono soprattutto i costi energetici elevati, la domanda ridotta per le materie prime seconde ottenute e gli ingenti flussi di plastica, anche riciclata, a basso costo provenienti da nazioni aventi standard ambientali meno stringenti. Per far fronte alla situazione, nel dicembre 2025, l’Unione Europea ha presentato un pacchetto di misure per rafforzare la circolarità nel settore delle plastiche (New package of measures to boost circular economy and strengthen Europe’s plastic recycling[1]), che mirano, tra le altre cose, ad armonizzare i criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto e a rendere più chiaro il quadro regolatorio per favorire maggiori investimenti nel riciclo chimico sul territorio comunitario. 

Lo scoppio della guerra in Iran, tuttavia, ha esacerbato ulteriormente il quadro in cui tali azioni si andrebbero a collocare, con ulteriori incrementi dei prezzi energetici e delle materie prime, oltre a interruzioni delle catene di approvvigionamento. Il Medio Oriente, infatti, è un nodo cruciale per le filiere delle plastiche, con l’industria europea che ha visto qui negli anni il graduale spostamento delle attività, grazie alla disponibilità di petrolio a basso costo. Al contempo, alcune nazioni asiatiche, che impiegano il petrolio medio-orientale nella produzione di polimeri vergini, hanno deciso di interrompere le forniture all’UE (p.e. Vietnam e Tailandia verso la Francia). Questo scenario apre nuovi interrogativi. Sebbene l’aumento dei prezzi e la possibile scarsità delle materie prime vergini dovrebbe nel breve periodo favorire la domanda di materiale riciclato, gli impatti nel medio-lungo non paiono ancora chiari. Parallelamente, è dubbio che le misure europee siano sufficienti a sostenere i mercati domestici delle recovered plastics quando le tensioni geopolitiche saranno rientrate e i prezzi ridiscesi.

Diversa è la situazione per il settore del trattamento e recupero dei pannelli fotovoltaici. Se da un lato le norme sono fondamentali per assicurare la compliance ambientale e il recupero dei materiali, dall’altro, la domanda è assicurata dall’evoluzione del mercato, trainato anche dalle tecnologie e dai costi decrescenti dei pannelli che ne favoriscono la sostituzione.

Le strutture europee innovative per il trattamento dei pannelli fotovoltaici sono aumentate negli anni, con Francia e Germania tra i Paesi capofila. La necessità è quella di garantire il recupero delle installazioni che saranno via via dismesse sul territorio comunitario. Nel 2024, in Europa sono stati installati impianti per 82 GW, arrivando a una potenza complessiva di 407 GW (fonte Solar Power Europe). Valore che, in base agli obiettivi REPowerEU, è destinato a vedere un incremento esponenziale per arrivare a 750 GW entro il 2030. I volumi di pannelli dismessi, tuttavia, diventano significativi già prima di tale data, poiché le prime installazioni fotovoltaiche stanno raggiungendo la fine della loro vita utile, mentre lo sviluppo tecnologico e il calo dei costi potrebbero accelerare le sostituzioni. Solo negli EU27 si stima che i rifiuti generati dalle dismissioni si attesteranno tra 6 e 13 milioni di tonnellate entro il 2040 e tra 21 e 35 milioni di tonnellate entro il 2050 (fonte JRC).

Tra 2022 e 2024 anche in Italia sono stati realizzati e avviati diversi impianti innovativi per recuperare i pannelli fotovoltaici. Alcuni esempi sono:

  • un impianto sperimentale da 5.000 tonnellate annue in Piemonte;
  • una struttura specializzata nel trattamento dei moduli fotovoltaici di tipo monocristallino e policristallino in Puglia;
  • un impianto in grado di trattare circa 130.000 moduli all’anno e di recuperare fino al 95% delle componenti in Toscana;
  • una struttura con capacità di 3.000 tonnellate annue di moduli a fine vita in Veneto.

A queste si aggiungono, anche in questo caso, le iniziative promosse tra i progetti “faro” del PNRR. Nel dettaglio, sono stati rilevati 15 diversi progetti per un investimento aggregato di 87,5 milioni di euro, pur con differenze sensibili tra i vari casi. Gli investimenti spaziano, infatti, tra 1,5 milioni di euro per la realizzazione di un impianto in Emilia-Romagna a 25 milioni di euro per uno in Basilicata. Quattro iniziative interessano il Nord Italia e altrettante il Centro, sei il Meridione e un caso coinvolge più aree. Il recupero dei pannelli, inoltre, si sposa con gli obiettivi di recupero di alcuni critical raw materials.

Nel complesso, a dispetto delle difficoltà del quadro macroeconomico, il numero degli impianti innovativi di riciclo chimico e di quelli per il recupero dei pannelli fotovoltaici dovrebbe aumentare nei prossimi anni per far fronte alle sfide poste dai target UE e dall’aumento dei flussi di rifiuti derivanti dalle dismissioni. Le prospettive di sviluppo dei mercati e la sostenibilità economica dei business, tuttavia, sono molto differenti e di questo dovranno necessariamente tenere conto le politiche europee e nazionali di waste management.


[1] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_25_3151.