La sfida dell’e-commerce al settore dei rifiuti

Le vendite online hanno conosciuto una crescita straordinaria durante l’emergenza sanitaria e si sono sempre più consolidate tra le abitudini dei consumatori. Nonostante la sensazione di dematerializzazione legata al digitale, questo sviluppo produce impatti significativi in termini di rifiuti prodotti e di relativi costi di trattamento. Questi, inoltre, sono destinati ad aumentare alla luce della crescita del commercio online prevista per i prossimi anni.

Nel 2022 l’e-commerce italiano relativo ai soli beni fisici ha raggiunto i 33,2 miliardi di euro, con una crescita dell’8%, pur in rallentamento rispetto al +18% segnato tra 2020 e 2021 (fonte Netcomm).

Effetti significativi si sono così avuti sulla filiera degli imballaggi, in particolare di quelli in carta e cartone. La produzione cartaria, influenzata anche dalla graduale sostituzione degli imballaggi in plastica, è passata da 8,55 milioni di tonnellate nel 2020 (dopo gli 8,9 del 2019) a 9,62 milioni nel 2021, con un aumento del 12,5%. Un tasso più che doppio di quello europeo nello stesso periodo, che si attesta sul 6,1%[1]. In generale, i prodotti maggiormente commercializzati online sono l’abbigliamento, incluse scarpe e accessori, gli articoli per la casa o il giardinaggio e i dispositivi elettronici.[2] 

Non solo crescono imballaggi e rifiuti, ma sorgono anche criticità riguardo agli obblighi EPR degli operatori che vendono online, che ancora mancano in diversi Paesi europei. In Francia, Germania, Portogallo e Svezia, ad esempio, le aziende di e-commerce sono comprese tra i soggetti obbligati, mentre in altre, come Irlanda e Italia, non lo sono e questo genera disomogeneità nell’attribuzione dei costi di raccolta e trattamento. In Italia è comunque in corso una sperimentazione per le apparecchiature elettroniche. Nel 2022, infatti, è stato firmato un accordo tra il Ministero dell’Ambiente, Amazon e alcuni consorzi per garantire la corretta gestione dei rifiuti derivanti dai prodotti venduti online. I risultati del primo anno di attuazione, resi noti di recente, sono piuttosto soddisfacenti, con circa 30.800 tonnellate di RAEE avviate a trattamento, quasi il 10% rispetto alle circa 361.381 tonnellate totali di RAEE raccolti (fonte CdC RAEE).

Rimangono comunque diffusi fenomeni di free riding in cui, imprese estere che vendono mediante piattaforme online non coprono i costi della gestione dei rifiuti derivanti dai propri prodotti venduti, causando problematiche per gli operatori del waste management. Nel settore tessile, ad esempio, la Francia (come visto nell’articolo WAS di marzo 2023) ha stabilito che, dal 2022, i soggetti che intendono vendere i propri prodotti sono tenuti ad iscriversi al sistema di gestione e a mostrare il relativo codice. In caso di inadempienza, la norma prevede siano sanzionate sia l’azienda che gestisce la piattaforma, sia il venditore ospitato.  

Al contempo, a livello internazionale si stanno sviluppando nuove soluzioni e modelli in grado di garantire una maggiore circolarità.

Tra questi, l’applicazione della sharing economy, capace di ridurre sia gli imballaggi che lo spreco di prodotti, in alcune delle principali filiere interessate dall’e-commerce. Sebbene non esista una definizione univoca di “sharing economy”, possiamo considerarla, nelle parole della Commissione europea, come “un complesso sistema di servizi on-demand in cui l’utilizzo temporaneo di risorse è basato su scambi che avvengono attraverso una piattaforma online”[3]. Nel comparto dei dispositivi elettronici, ad esempio, esiste la piattaforma tedesca Grover che, a fronte del pagamento di una quota mensile, permette il noleggio di dispositivi elettronici. In quello dei tessili, un esempio è la piattaforma di fashion renting DressYouCan, che consente di noleggiare abiti, calzature e accessori.

Altra possibilità è la creazione di cicli chiusi in cui l’imballaggio, solitamente in plastica, viene restituito, inviato al centro di distribuzione del prodotto che lo ha trasportato oppure a un nodo logistico intermedio, dove viene pulito e ricondizionato se necessario. Gli esempi di questo tipo sono numerosi e si integrano molto spesso con modelli di sharing economy.

In diverse nazioni, la società finlandese RePack offre ai commercianti suoi clienti l’impiego delle proprie buste in polipropilene riciclato, che si stima possano essere riutilizzate per almeno 20 spedizioni. In Francia, proprio grazie ad un accordo tra RePack e LePoste, una volta che il cliente riceve il prodotto, può ripiegare tali buste, provviste di un’etichetta prepagata, e inviarle all’azienda tramite posta ordinaria. RePack pulisce e controlla la qualità dell’imballaggio prima di rimandarlo ai negozi e ai magazzini di distribuzione. Similmente opera la startup francese Hipli, che ha sviluppato imballaggi in materiale sintetico impermeabile riutilizzabili circa 100 volte, mentre l’azienda di trasporto tedesca Trans-o-Flex offre ai propri clienti la possibilità di impiegare scatole riutilizzabili al posto dei contenitori standard monouso per le spedizioni.

Ancora, negli Stati Uniti, la startup LimeLoop ha sviluppato imballaggi intelligenti, realizzati in vinile riciclato da cartelloni pubblicitari e riutilizzabili fino a 2.000 volte, dotati di sensori GPS, che permettono di tracciare le spedizioni e rilevare l’apertura del pacco. L’azienda noleggia questi contenitori ai rivenditori online, tramite un servizio in abbonamento, mentre i clienti che ricevono la merce possono restituire l’imballaggio al magazzino più vicino grazie a un’etichetta di spedizione prepagata.

Peraltro, la creazione di sistemi chiusi facilita la raccolta e il recupero degli imballaggi divenuti rifiuti da parte delle aziende WM, che possono contare su flussi di materiali più omogenei.   

Nel complesso, di fronte all’aumento delle vendite online, stimato per il 2023 in Italia del 13% in valore rispetto all’anno precedente (fonte Netcomm), le soluzioni, sia per ridurre i rifiuti di imballaggio che per limitare gli sprechi, sono molteplici. Occorre però ancora chiarire bene gli obblighi dei nuovi soggetti che mettono a disposizione le proprie piattaforme online, così come quelli di chi le usa, in modo da evitare il rischio di free riding. Senza dubbio, la sperimentazione fatta nel settore dei RAEE potrebbe essere estesa ad altre filiere, a cominciare da quelle più interessate dall’e-commerce.


[1] Cepi, Key statistics 2021. European pulp & paper industry, Bruxelles, 2022.

[2] Istat, Cittadini e ICT. Anno 2022, report del 17 marzo 2023.

[3] Commissione europea, COM (2015) 550 final.