Ottimizzare il trattamento dell’organico per raggiungere i target europei

La frazione organica è una componente significativa dei rifiuti urbani prodotti ogni anno in Italia, rappresentando circa il 35% del totale (fonte Ispra, 2025). Nella valutazione della gestione di questa frazione dei rifiuti urbani, vi è spesso la tendenza a concentrarsi esclusivamente sull’estensione territoriale e sull’intensità della raccolta differenziata, trascurando le successive fasi di trattamento e impiego degli output ottenuti. L’importanza del tema è stata rilanciata dagli ambiziosi obiettivi UE fissati per i prossimi anni. In questo quadro, pare utile sviluppare qualche riflessione strategica per favorire un’evoluzione futura efficace ed efficiente, sia in termini ambientali che economici e industriali. Una prima base è fornita dai risultati dell’analisi dei Piani di gestione dei rifiuti di 17 Regioni (esclusi Lazio e Umbria, antecedenti il 2021) e delle due Province Autonome riportata nel WAS Annual Report 2025.

I Piani di gestione dei rifiuti mettono in luce, infatti, il ruolo chiave degli impianti di trattamento dell’organico all’interno dei sistemi territoriali, evidenziando alcune tendenze principali.

Sono diversi i Piani che riconoscono l’importanza di migliorare la gestione della frazione organica sul territorio, con alcuni che stabiliscono obiettivi specifici per i prossimi anni. Tra questi, ad esempio, l’intercettazione di 190.000 ton/anno di frazione organica entro il 2026 (Liguria), la produzione di almeno 70 milioni smc di biometano, derivanti dai rifiuti organici da RD, dai fanghi prodotti dalla depurazione delle acque reflue e da altri rifiuti a matrice organica, e quella di almeno 10.000 tonnellate di “compost di qualità” entro il 2035 (Sicilia).

In generale, prosegue, su tutto il territorio nazionale, la conversione degli impianti di compostaggio in impianti integrati con una prima fase di digestione anaerobica, mentre alcune aree del Centro Italia e del Meridione rilevano la necessità di ulteriore capacità di trattamento, sebbene a livello italiano la capacità complessiva di trattamento risulti adeguata e si registri una sostanziale autosufficienza impiantistica su scala nazionale. In relazione agli obiettivi dei Piani precedenti, due Regioni evidenziano il mancato raggiungimento dei target di copertura della popolazione con la raccolta differenziata dell’organico (90% degli abitanti entro il 2020 per la Basilicata e 100% dei Comuni entro il 2020 per la Lombardia), mentre Puglia e Liguria segnalano ritardi nella realizzazione delle infrastrutture previste per diversi motivi, tra cui lentezza degli iter e fenomeni NIMBY.

Alcune considerazioni strategiche, sia ambientali che industriali, sono poi offerte dai contenuti di un recente position paper del CIC.[1]

Il D.Lgs. 116/2020, che recepisce la Direttiva europea 2018/851, ha stabilito che i rifiuti urbani (RU) debbano essere soggetti, non solo a target di raccolta differenziata, ma anche ad obiettivi minimi di preparazione per il riuso e il riciclo. Peraltro, crescenti nel tempo: almeno il 50% nel 2020, almeno il 55% nel 2025, almeno il 60% nel 2030 e almeno il 65% nel 2035. In relazione al primo target, tuttavia, nel luglio 2025, la Commissione europea ha avviato una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia per il mancato conseguimento. Solo nel 2023, infatti, il valore arriva al 50,8% e nel 2024 si attesta sul 52,3%. Motivo per cui, anche il secondo target, sembra oggi difficile da conseguire nei tempi stabiliti.   

La frazione organica, che costituisce circa il 41% dei rifiuti urbani avviati a riciclo (fonte Ispra, 2024), ha un ruolo chiave in questo frangente. È quindi essenziale garantire la massima efficienza nella sua raccolta e riciclo, assicurando insieme:

  • il recupero di materia, producendo fertilizzanti organici secondo specifiche di legge;
  • la minimizzazione degli scarti generati nel trattamento in coerenza con la qualità dei rifiuti organici trattati. Esiste, infatti, una grande eterogeneità tra i vari impianti di trattamento, con una produzione di scarti che varia tra meno del 10% fino al 50% circa.

Nel complesso, i rifiuti organici dovrebbero essere trattati in impianti in grado di produrre fertilizzanti che diano benefici ai suoli nei quali sono impiegati, massimizzando il riciclaggio e minimizzando gli scarti di trattamento. Si dovrebbe garantire, inoltre, che la loro gestione, inclusa la fase di trasporto, produca un bilancio della CO2 equivalente, denominato “impronta di carbonio” o “carbon footprint”, il più favorevole possibile, configurando tali aspetti anche come una risposta concreta ai criteri di efficienza tecnico-ambientale individuati da ARERA (Deliberazione 29 luglio 2025 n. 374/2025/R/rif) per il completamento della regolazione della qualità tecnica nel settore dei rifiuti urbani.

In conclusione, il quadro attuale e le possibili evoluzioni future della gestione dell’organico mostrano come questo non sia solo un elemento chiave per cogliere gli obiettivi dell’UE, ma anche il perno di una strategia che è al contempo ambientale e industriale. Una corretta modalità di trattamento dell’organico e impiego dei prodotti derivanti dal suo efficiente riciclo, da un lato, può fornire un apporto significativo alla fertilità dei suoli e alla riduzione degli impatti ambientali. Dall’altro, permette di ottenere risultati economici e industriali capaci di valorizzare questi materiali e di aumentare l’efficienza e la sostenibilità economico-finanziaria della loro gestione.


[1] Consorzio Italiano Compostatori (CIC), L’efficienza nel riciclaggio e la sostenibilità ambientale come criteri guida nella gestione dei rifiuti organici, position paper del novembre 2025.